Il passaggio generazionale non è un «se». È un «quando».
La domanda non è se arriverà il momento di passare il testimone. È se, quando arriverà, ci troverà preparati o sorpresi.
Metà delle successioni al vertice, nelle imprese familiari, avviene senza un piano. Non perché gli imprenditori siano imprudenti — nel loro mestiere sono tra i più prudenti che conosca — ma perché il passaggio è l'unica cosa che non si può rimandare all'infinito e che, proprio per questo, si rimanda sempre. C'è sempre un anno importante, una trattativa aperta, un motivo per dire «più avanti».
Il problema è che il momento, quando arriva, raramente bussa con educazione. Arriva con una malattia, un imprevisto, un socio che esce. E allora la successione non è più una scelta strategica: è un'emergenza. Si decide in fretta, sotto stress, spesso male.
Prepararsi non significa ritirarsi. Significa il contrario: significa avere il controllo. Vuol dire sapere chi, come e con quali tempi; vuol dire aver individuato — dentro o fuori la famiglia — le persone giuste e averle messe alla prova prima, non dopo. Un passaggio preparato si vede: l'azienda non perde un colpo.
Il mio lavoro è proprio questo: aiutare imprenditori e famiglie a trasformare il passaggio da rischio a progetto. Trovare e inserire, con metodo e discrezione, la figura che garantirà la continuità — che sia un figlio pronto o un manager che lo affianca nel momento più delicato.
Il testimone passerà comunque. L'unica cosa che possiamo scegliere è se passarlo di corsa, all'ultimo, o consegnarlo con mano ferma. La differenza tra le due, di solito, è un piano fatto per tempo.
Vuoi preparare per tempo il passaggio generazionale?
Meglio un progetto oggi che un'emergenza domani. Parliamone, in modo riservato.